Semplicemente Roger per gli amici e lui, di amici, ne ha veramente tanti e si chiamano: Vasco Rossi, Eros Ramazzotti, Pooh, Nada, Marco Ferradini, Eugenio Finardi e moltissimi altri. Una vita per la musica come ingegnere del suono e produttore musicale, negli studi di registrazione ha lavorato, sono passati davvero tutti, registrando gli album di successo a partire da metà degli anni ’70. La curiosità è il filo conduttore di Roger Penazzo che, da bambino, ha voluto da subito capire come fosse possibile che un suono potesse essere trasferito su un disco nero e da lì è nata la magia. Ma vediamo con ordine come è avvenuto il tutto.
Partiamo dalle origini, quando e come è nata la tua passione per la musica?
In realtà da sempre, da quando ero proprio piccolo, ho sempre avuto una attrazione verso i suoni, la musica, i dischi. La mia curiosità sin da ragazzino era, come facevano i suoni a trasferirsi su quel pezzo di plastica nero. Non lo sapevo e volevo a tutti i costi scoprire come questa magia fosse possibile.
Ho avuto l’opportunità di poter entrare in uno studio di registrazione, dove si facevano i dischi veri…
Io abitavo a Cologno Monzese e lì c’era Cinelandia, che era una struttura dove c’erano studi di registrazione, di doppiaggio per telefilm e film e anche e uno studio musica. Per interposta persona, sono riuscito a contattare il direttore. Ho fatto un colloquio con lui e mi ha confermato come assistente di studio, era la primavera del ’75. Nello studio di registrazione aveva appena finito di registrare l’album di Lucio Battisti “Il contrabasso, la batteria, etc”, dove tra gli altri, è inserito anche il brano “Il mio canto libero”. Il tecnico era Piero Bravin, ed io diventai il suo assistente. All’epoca non esisteva ancora il telecomando, io ero la persona che stava al multitraccia, 16 piste, a far andare avanti e indietro il nastro. Lui mi dava i comandi e io eseguivo. Praticamente ero un telecomando umano. E così ho cominciato.
Dopo un anno, il buon Piero Bravin andò a lavorare per Lucio Battisti al Mulino di Anzano del Parco e io fui promosso tecnico del suono. Ho avuto la fortuna, in quell’epoca, di registrare con tanti artisti che stavano iniziando la loro carriera: Finardi, Camerini, i Pooh e devo dire che ho iniziato la mia carriera registrando dischi che poi divennero iconici. All’inizio ’78, mi chiamarono dagli Stone Castle Studio di Carimate, tra gli studi più importanti d’Italia e feci un colloquio con il sig. Antonio Casetta, proprietario degli studi. Mi disse che avrebbero avuto un secondo studio nuovo pronto dopo sei mesi e avevano bisogno del tecnico del suono. In attesa che lo studio fosse pronto, feci da assistente al grande Ezio De Rosa.
Mi trasferii agli Stone Castle di Carimate, dove rimasi per cinque anni, dove ebbi la fortuna di registrare con i più grandi artisti dell’epoca.
Quindi vivevi di musica in quegli anni?
Sì, vivevo di musica, anche perché avevo la fortuna di vivere ancora con i genitori. Avevo 25 anni. Al Castello di Carimate ho avuto le mie più grandi soddisfazioni perché incontestabilmente ho registrato con tutti i nomi più grossi e iconici: Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Mango, Mia Martini, Nada, Alice. Sono dischi che ascoltiamo ancora oggi, 40 anni dopo.

Qui in studio con un giovanissimo Luca Barbarossa e il suo produttore a quei tempi, Shel Shapiro
Ci racconti qualche aneddoto sui personaggi che hai menzionato?
Mi ricordo, ad esempio, di Vasco. E una sera era sconfortato perché era in diatriba con il signor Rapallo, titolare della casa discografica Carosello, e il suo produttore, che all’epoca era Alan Taylor, un ragazzo che parlava benissimo italiano, non ho mai capito se fosse italiano o inglese.
Una sera eravamo da soli, mi disse che era arrabbiato perché Rapallo, il titolare Carosello, voleva le voci fuori. “Fuori” vuol dire che voleva sentire il testo, cioè che la voce predominasse la musica, cosa che invece Vasco non voleva. Mi diceva: “No, tieni bassa la voce, tienila bassa”. E io ero in mezzo, a questa diatriba. E una sera mi disse sconfortato: “Guarda Roger che se non funziona con questo disco, torno a fare il DJ”. Era il 1980.
Qual era il disco in questione?
“Colpa d’Alfredo”. Tra l’altro è uscito da poco il quarantennale, hanno fatto una pubblicazione commemorativa.
Hai anche vissuto l’italo disco, il pop degli anni ’80, ’90. Cos’è cambiato da allora nell’ambiente musicale?
Strutturalmente è cambiata solo una cosa, si produceva in maniera elettronica, ma non tutto. Ho lavorato tantissimo con il compianto Celso Valli, produttore e arrangiatore di tantissimi successi della musica italiana, ma Celsio Valli aveva un’estrazione disco dance. Registrai con lui i Tantra, album dal titolo “Hills of Katmandu” che fece il giro del mondo. Quell’album è stato più di quarantacinque settimane nella classifica Billboard americana.
Una volta i dischi si facevano con i veri musicisti, ovvero c’era il bassista, il chitarrista, il tastierista e il batterista, ognuno di loro aveva una personalità, una sensibilità e un gusto musicale. L’insieme di questi musicisti faceva nascere la magia della musica. Oggi invece la maggior parte della musica è fatta da una persona che magari con un computer ti fa la batteria, il basso, il contrabbasso, i violini, le tastiere e addirittura anche le voci.

Roger con Celso Valli, uno tra i più grandi arrangiatori italiani
Se potessi scegliere, tra analogico e digitale a quale dei due va la tua preferenza?
Io sono nato con l’analogico, quando non c’era neanche il telecomando, la prima tastiera elettrica che ho visto in vita mia si chiamava Clavinet (oggi strumento introvabile). Sarebbe ottimale un mix delle due cose.
Tu sei ingegnere del suono, una professione ambita tanti giovani. C’è un consiglio che tu ti senti di dare a chi vorrebbe intraprendere questa professione?
Un consiglio che posso dare è di fare riferimento alle sonorità di quegli anni, come Phil Collins, Lionel Richie, Lucio Dalla, George Michael, dove i suoni e le atmosfere erano più reali.
Hai figli?
Sì, sono stato sposato, ho un figlio di 32 anni che fa il fisioterapista e una figlia di 27 che fa la psicologa: Martina Penazzo e Francesco Penazzo. Sono separato dal 2007 e divorziato.
Che ricordi hai delle tue prime esperienze da produttore?
Ricordo, ad esempio, quando andai al Festival di Castrocaro con Roberto Galanti, il compianto, titolare dell’etichetta discografica DDD, per scegliere alcuni giovani artisti da produrre. Castrocaro, a quei tempi, funzionava così: Gianni Ravera, storico organizzatore del Festival di Sanremo. e Castrocaro Giovani, invitava i produttori e le case discografiche per sentire le nuove proposte e noi andammo, come tutti gli anni. A quell’epoca dovevi scrivere su un foglio il nome del giovane che avevi scelto. Noi scegliemmo un ragazzo romano con ii capelli ricci, che suonava la chitarra. Quel ragazzo si chiamava Eros Ramazzotti. Andammo a Sanremo con “Terra promessa“, vincendo “Saremo giovani” e l’anno successivo ritornammo con “Adesso tu“, vincendo Sanremo nei big. Da lì poi lui è partito e ha fatto quello che tutti sappiamo. Con Eros ho registrato il primo e secondo album “Nuovi Eroi” e “Cuori agitati”. In quel periodo realizzavo anche il mio sogno. Aprii il mio studio a Milano, il May Day Recording Studio, iniziai a produrre molti giovani emergenti, tra i quali: I Meccano, Tiziano Cavaliere, Carrara, Gatto Panceri, e tanti altri.
Che rapporto hai adesso con Eros, vi sentite?
Sì, l’ho incontrato poco prima che cominciasse il suo tour europeo, e mi ha invitato alla prima il 14 febbraio di quest’anno a Parigi. Eros è un caro amico sempre molto carino e molto disponibile.

Nella foto Roger Penazzo insieme ad un giovanissimo Eros Ramazzotti
Senti di avere ancora qualcosa da dare o da conquistare?
Se avessi la macchina del tempo, mi piacerebbe tornare indietro di 30 anni e tornare a lavorare agli Stone Castle Studio con alcuni artisti di oggi.
Tra pochi mesi ci sarà il Festival di Sanremo, chi vedresti bene sul palco dell’Ariston targato 2027?
Ci sono molti giovani interessanti, mi piacerebbe sul palco dell’Ariston un giovane molto interessante che sto seguendo in questi giorni a X Factor, si chiama Giacomo Calò.
Che cosa ne pensi di Stefano De Martino, in qualità di direttore artistico?
È la sua prima volta, quindi è tutto da dimostrare. Ha una grande opportunità per fare il grande salto. Lui è davvero bravo, spigliato, si muove bene, comunica bene, però in termini di competenze musicali quanto ne sa? Non so dirti. Gli auguro il meglio.
Progetti futuri?
Attualmente sono in studio a registrare un nuovo interessante progetto, “Italian Senior “, un album tributo alla musica italiana che uscirà in tutto il mondo e che sarà cantato dai migliori finalisti del talent di Rai 1, The Voice Senior. Contemporaneamente sto anche scrivendo il mio libro, che uscirà l’anno prossimo, dove racconterò davvero come nasceva la musica e svelerò tanti inediti e simpatici aneddoti con tutti gli artisti con cui ho lavorato.

